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Quanto si sono spaventati gli hawaiiani durante l’allarme missilistico? Lo rivela una fonte inattesa

Il 13 gennaio scorso, alle 8:07 del mattino (ora locale) le autorità hawaiiane hanno diramato per errore a tutta la popolazione un falso allarme che annunciava l’arrivo imminente di un missile balistico. L’allarme è arrivato a tutti i telefonini dello stato ed è stato diffuso automaticamente su tutti i canali televisivi alle Hawaii, interrompendo le trasmissioni. Come se non bastasse, il testo dell’allarme precisava “this is not a drill”, ossia “questa non è un’esercitazione”, ma in realtà lo era. Ci sono voluti 38 lunghissimi minuti prima che venisse diramata la smentita ufficiale.

Molti hawaiiani si sono precipitati su Twitter e sugli altri social network per annunciare con perplessità di aver ricevuto questo allarme, diffondendolo in tutto il mondo. Ma quanti hawaiiani si sono realmente allarmati? C’è un modo molto originale per saperlo, e risponde a una delle regole fondamentali del giornalismo digitale: la Regola dell’informazione laterale. In altre parole: se vuoi sapere come sono andati realmente i fatti, non ti fidare delle parti in causa, ma cerca una fonte che non ha interesse nella questione ma che ha dati che la riguardano.

Questo modo originale è guardare l’andamento del traffico dei siti pornografici alle Hawaii durante l’allarme, visto che è probabile che chi prende sul serio la notizia ufficiale che sta arrivando un missile lasci perdere questo tipo di passatempo. Uno dei siti più popolari del settore ha pubblicato i propri dati (link a copia su Archive.is per non causarvi problemi nella cronologia o con filtri di navigazione), e la traccia dell’allarme è più che evidente:


Rispetto alla media, il traffico del sito è crollato al momento della diffusione dell’allerta, diventando il 77% in meno nel giro di un quarto d’ora. Per contro, dalle 8.45, quando sono arrivate le smentite, le visite al sito sono state il 48% in più della media.

Va detto che al momento non c’è modo di verificare questi dati (in attesa che altri fornitori pubblichino i propri) e che la loro pubblicazione potrebbe anche essere un’astuta trovata promozionale.


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Instagram diventa più pettegolo e dice agli amici quando l’avete usato

A volte gli aggiornamenti delle app aggiungono funzioni che hanno ottime intenzioni ma finiscono per avere effetti collaterali indesiderati. Prendete Instagram, per esempio, che ha aggiunto da poco l’indicazione di quanto tempo è passato dall’ultima volta che un vostro contatto è stato attivo su questo social network. Sembra un’idea carina, ma permette per esempio di sapere se una persona è online su Instagram invece di dormire, lavorare o stare attenta a scuola. E ovviamente permette agli altri di sapere quando siete stati attivi su Instagram voi.

Infatti se andate nella sezione Direct (la freccina in alto a sinistra nella schermata principale dell’app) compare l’elenco dei contatti e il tempo passato dalla loro ultima attività in Instagram (oppure la dicitura Attivo/a ora se sono attivi in quel preciso momento).

L’elenco include soltanto i contatti con i quali avete avuto interazioni (una chat) o che vi hanno menzionato, per cui per “pedinare” una persona non basta diventare sua follower, ma basta comunque poco.

Se vi infastidisce questo tipo di sorveglianza, potete disattivarla andando nelle impostazioni (icona in basso a destra nella schermata principale di Instagram), e andando in fondo alle opzioni, dove trovate la voce Mostra lo stato di attività: disattivatela (è attiva per impostazione predefinita).

Tenete presente, però, che quest’opzione è reciproca: disattivandola non potrete più vedere lo stato di attività degli altri.
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L’antivirus silenzioso dei Mac si aggiorna in segreto

Contrariamente a un mito molto diffuso, i “virus” (più propriamente malware) per Mac esistono: ne abbiamo visto un esempio la settimana scorsa con il caso del malware che spiava gli utenti attraverso le telecamere dei loro Mac. Ma sono in pochi a sapere che Apple include nei propri Mac un “antivirus” per proteggerli contro alcuni malware particolarmente insidiosi. Questo antivirus esiste dal 2009, si chiama XProtect e si aggiorna senza avvisare l’utente. Apple non pubblica annunci o documentazione in proposito.

Funziona come i comuni antivirus: gestisce un elenco di minacce informatiche conosciute e confronta le loro caratteristiche con quelle di qualunque file scaricato. Se trova una corrispondenza, visualizza un avviso di pericolo. L’elenco di minacce si trova presso System/Library/Core Services/CoreTypes.bundle/Contents/Resources/XProtect.plist.

L’unico controllo che ha a disposizione l’utente è nelle Preferenze di Sistema, dove la voce App Store include un’opzione di installazione degli aggiornamenti di sistema e di sicurezza, che consente di attivare o disattivare gli aggiornamenti di XProtect. Volendo li si può disattivare, ma normalmente non ce n’è motivo ed è altamente sconsigliabile.

Questo “antivirus” di Apple è molto semplice e limitato, e non sostituisce quelli di altre marche ma li complementa: ora che sapete che c’è, non cambia il fatto che vi serve comunque installare un antivirus nel vostro Mac.

Se volete sapere cosa fa e contro cosa vi protegge questo antimalware silenzioso, la società di sicurezza informatica Digita Security ha attivato un servizio online che elenca la cronologia degli aggiornamenti e delle minacce gestite da XProtect: lo trovate presso Digitasecurity.com/xplorer. Lì scoprirete che Apple ha aggiornato XProtect senza dire niente a nessuno molto di recente: il 17 gennaio scorso. L’aggiornamento precedente risale al 30 novembre 2017.

Allo stesso indirizzo trovate anche la possibilità di ricevere una notifica via mail ogni volta che Apple effettua uno di questi aggiornamenti segreti e un’app per approfondire la conoscenza di XProtect.
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Usare Musical.ly in sicurezza

Ho ricominciato da poco ad andare nelle scuole per presentare degli incontri di sensibilizzazione alla sicurezza e alla privacy informatica e una delle domande più frequenti riguarda Musical.ly, un‘app cinese per iOS e Android che permette di creare e mettere su Internet brevi video musicali in cui l’utente mima canzoni molto in voga e applica vari effetti speciali, come accelerazioni, rallentatori e filtri. Musical.ly ha oltre 200 milioni di utenti nel mondo.

I dettagli del funzionamento di Musical.ly per la creazione di questi video sono spiegati dagli innumerevoli tutorial che trovate su Youtube, per cui non mi dilungo su questo aspetto e mi concentro sulle questioni di privacy e sicurezza.

Quando create il vostro profilo Musical.ly:
  • tenetelo separato da quelli che avete su Instagram e Facebook. Musically consente di iscriversi usando i dati di questi social network, ma questo vuol dire che se qualcuno vi ruba la password di Facebook o Instagram vi ruba automaticamente anche il profilo Musical.ly; registratevi invece usando un indirizzo di mail sacrificabile;
  • ricordatevi di usare una password differente da quella che usate negli altri siti;
  • usate un nome di fantasia invece del vostro nome e cognome e una foto non personale per il profilo: così evitate di dare appigli ai molestatori e ai bulli, che magari vi prendono in giro stupidamente per i vostri esperimenti video;
  • impostate il vostro profilo in modo che sia privato (Impostazioni - Account Privato) e attivate Solo contatti amici con direct.ly: questo vi permette di far vedere i vostri video soltanto a chi volete voi e blocca i messaggi degli sconosciuti;
  • disattivate la geolocalizzazione (la procedura dipende dal telefonino che usate, iOS o Android).
 Nell’uso, invece, è meglio usare questi trucchi:
  • tenete presente che un video di un profilo privato non è necessariamente segreto: se lo condividete con qualcuno, quella persona può mandarlo ad altri;
  • nelle chat di Musical.ly, non date a nessuno informazioni personali, come nome, cognome o indirizzo;
  • occhio agli acquisti in-app: se usate le monete virtuali di Musical.ly per mandare doni ai vostri muser (creatori di video) preferiti, state spendendo soldi reali e un singolo dono può costare anche 100 franchi (100 euro) veri. Conviene quindi attivare il blocco degli acquisti in-app per evitare tentazioni.

Fonti: USA Today, SheKnows, Commonsensemedia, Protect Young Eyes, Aranzulla.it, Variety, CNN, Influencer Marketing Hub.
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Ricerca avanzata di immagini in Rete: strumenti contro bufale e fake news

Uno degli elementi ricorrenti delle fake news è l’uso (e spesso l’abuso) di immagini alterate, prese fuori contesto o ripescate dal passato ma presentate come attuali, come è successo nella recente polemica sulle immagini dei rifiuti a Roma. Difendersi da questo genere di manipolazione non è facile, ma Internet ci offre strumenti preziosi che aiutano a indagare sulla vera origine di una fotografia.

In altre puntate di questa rubrica ho già segnalato strumenti come Tineye.com, Karmadecay.com e la ricerca per immagini di Google: servizi che consentono di trovare un’immagine o le sue varianti, ordinarle cronologicamente e arrivare spesso alla fonte originale di una fotografia e da lì capire se è vera o falsa. Ma Internet è grande e di solito una ricerca generale fatta in questo modo, specialmente con la ricerca per immagini di Google, produce una valanga incontenibile di risultati, molti dei quali non c’entrano nulla con l’argomento desiderato.

Per fortuna ci sono alcuni trucchi che consentono di addomesticare questo servizio di Google, che è reperibile presso Images.google.com oppure cliccando sul link Immagini nella schermata principale di Google.

Il primo trucco è aggiungere parole chiave all’immagine da cercare: per esempio, se mandate a Google Immagini una foto, il servizio risponde mostrandovi tutto quello che ha trovato, compresi molti risultati non pertinenti e le parole che secondo lui sono associate a quella foto. È molto abile: quando gli ho mandato una foto di David Bowie su un set cinematografico, ha riconosciuto il cantante e ha anche identificato il film dal quale era tratta l’immagine, ma ha anche incluso molte foto che non c’entravano affatto.


Per affinare questa ricerca basta andare nella casella che contiene le parole che Google Immagini associa alla foto e cambiarle o aggiungerle: con poche digitazioni si arriva al risultato preciso desiderato.

Il secondo trucco è immettere in questa casella non solo delle parole, ma dei comandi specifici. Per esempio, scrivendo la parola inglese site seguita senza spazi dai due punti e dal nome di un sito si restringe la ricerca a quello specifico sito (tipo site:davidbowie.com).

La ricerca per immagini di Google offre anche altre tecniche di affinamento dei risultati: per esempio, potete andare alla pagina standard di Google, presso Google.com, digitare delle parole chiave pertinenti all’argomento che vi interessa, e premere Invio. Questo farà comparire i risultati e un menu dal quale potrete scegliere Immagini e poi Strumenti: troverete sullo schermo una serie di opzioni (Dimensioni, Colore, Tipo e Ora). Quella che vi interesserà di più nella caccia alle foto di fake news sarà l’opzione Ora, perché permette di specificare un intervallo di date. In parole povere, permette di scoprire se una foto è nuova come dice la notizia che state verificando oppure no.

Un ultimo consiglio: quando usate Google Immagini in pubblico, ricordatevi di attivare l’opzione SafeSearch, che sta in alto a destra, e filtra i risultati espliciti. Questo ridurrà il rischio di imbarazzi a tutto schermo se cercate immagini o parole ambigue, come è capitato a me proprio con David Bowie. Buona caccia.


Questo articolo è il testo preparato per il mio servizio La Rete in 3 minuti per Radio Inblu del 18 gennaio 2018.
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